Info&News

Links amici

Chi era Marco

Siamo nell’anno 30. Tiberio governa l’Impero di Roma. Ponzio Pilato gli manda notizie circa un agitatore che il Sinedrio giudaico vuole eliminare: Gesù di Nazaret.

La scena del Getsemani dove Gesù viene catturato dai soldati su ordine di Giuda, è seguita da un ragazzo, avvolto in un lenzuolo. Attirato dallo strano prigioniero si avvicina per udire distintamente le sue parole, ma viene acciuffato da una guardia che l’ha avvistato. Terrorizzato si divincola e fugge lasciando la
bianca spoglia che abbandona tra le mani del soldato.

Il giorno dopo Johanan-Marco commenta col cugino Giuseppe, detto Barnaba, i tragici avvenimenti del venerdì santo. I due si tengono in contatto con i discepoli nei giorni successivi e riescono a sapere dell’avvenimento straordinario: Gesù era risorto; l’avevano visto, l’avevano toccato...

Comincia per il giovane Marco un’avventura straordinaria: insieme con il cugino Giuseppe entrano a far parte del gruppo dei discepoli. Ogni giorno si riunivano attorno a loro e “spezzavano il Pane”. Poi Barnaba vende un suo campo e da' il ricavato agli apostoli: formavano un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che aveva messo a disposizione di tutti. Un giorno Barnaba invita Pietro in casa di Johanan. La madre di Marco ne è felicissima, e il figlio pende dalla bocca del primo apostolo: impara le sfumature
della pietà di Gesù, conosce i suoi miracoli, sente dalla viva voce di Pietro la storia dolorosa e stupenda del Maestro e gli resta impressa nell’anima la tenerezza e la mitezza del rude Pietro quando gli raccontava di Gesù.

Siamo verso la fine dell’anno 44. Unico re della Palestina è un nuovo tiranno: Erode Agrippa. Pagano a Roma, in Palestina si finge devoto. Sente parlare della nuova sètta e fa mettere a morte il Vescovo di Gerusalemme, Giacomo di Zebedeo; poi è la volta di Pietro. Per quest’ultimo pensa di offrire uno spettacolo ai Giudei per la festa di Pasqua. Pietro è dunque in catene, sotto buona scorta, in attesa dell’esecuzione. Nella notte, una luce gli si presenta e gli comanda: “Alzati, cingi la cintura, metti il mantello, infila i sandali”. Pietro obbedisce.
Attraversa le guardie assonnate, la porta si apre dolcemente, cammina dietro alla sua guida, si trova al chiaro di luna su una viuzza che riconosce. La sua guida è scomparsa. Pietro si risveglia, riconosce l’intervento dall’alto, si dirige verso la casa di Johanan. La serva non crede a quella voce; commossa riferisce. L’attesa era talmente intensa che il fatto riempie tutti di commozione. E Pietro racconta.

La comunità dei credenti intanto si era diffusa in Siria, fino ad Antiochia. Barnaba, cugino di Marco, e Saulo, erano venuti a Gerusalemme. Pietro non era più lì; convinsero Marco ad andare con gli altri due ad Antiochia. Lì non finiva di raccontare i fatti del Signore ai neofiti. Ma quando Paolo, l’aquila della prima evangelizzazione, volò verso lidi più lontani, Marco si rifiutò di seguirlo: il suo compito era un altro. L’anno 61-62, Paolo andò a Roma in catene. Marco lo seguì, insieme con Luca: Paolo fu sensibilissimo al servizio affettuoso di Marco e ne sentì la lontananza, quando questi tornò in patria. Poi arrivò a Roma anche Pietro, quando Paolo non c’era. Marco tornò a fianco di lui, che scrivendo da “Babilonia”, come chiamava la città dei Cesari, concluse la sua lettera con questa frase: “Vi saluta anche Marco, figlio mio”. Fu il regalo più bello che Pietro fece, con quel suo cuore dilatato dall’amore del Cristo, al suo primo fedelissimo, giovane discepolo. Sempre a Roma, e per volontà di alcuni convertiti della casa dei Cesari, Marco stese per la prima volta quei racconti e quelle parole che tante volte aveva udito e raccontato a sua volta. Facendo passare sillaba per sillaba dal calamo alla carta quelle parole familiarissime, risentiva dentro di se il tremito e la tenerezza di colui
che l’aveva chiamato “Marco, figlio mio”.

Ogni giorno ci consacriamo alla Madonna con le parole del Papa Giovanni Paolo II:
O Maria, Madre di Dio e della Chiesa,
a gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,
noi desideriamo:
esistere ed agire, vivere e morire,
gioire e soffrire nel tuo Cuore di Mamma.
Salve, o Regina...

Il Vangelo di S. Marco è il Vangelo del Regno di Dio
Di tutti gli evangelisti, S. Marco è quello che usa più spesso la parola
“Vangelo”. L’essenza del Vangelo è la proclamazione del Regno di Dio. Il
Regno di Dio appare in S. Marco come un’entità futura, come una fondazione
conseguita per mezzo della potente vittoria di Dio. “Il Regno è vicinissimo”.
Quando S. Marco parla di “entrare nel Regno” pensa al Regno futuro. Agli
occhi di Gesù il destino dell’uomo è nell’aldilà. Il carattere futuro del Regno
esige attesa e vigilanza; ma il presente non è staccato dal futuro.

Il Vangelo di S. Marco è il Vangelo della nuova Comunità messianica.
Una comunità si costituisce sotto la presidenza di Gesù. La parola
“discepoli” riaffiora 46 volte in S. Marco. Ordinariamente Gesù è “con” i suoi
discepoli. Il discepolo è marcato dalla fede, da una comprensione del Regno
di Dio, dal fatto che segue Gesù. Tra i discepoli Gesù sceglie e istituisce i
Dodici. E tra i Dodici, in primo piano spicca S. Pietro, vicario di Gesù.

Il Vangelo di S. Marco è il Vangelo dei prodigi di Gesù.
L’immagine più definita e distinta che San Marco da’ di Gesù è quella
della sua potenza taumaturgica, miracolosa. Più che i discorsi, S. Marco
mette in evidenza i fatti prodigiosi di Gesù. La vivacità dei particolari e la
localizzazione precisa degli avvenimenti prodigiosi, mostrano come S.
Marco li racconti con il cuore e vi inserisca una forza evocativa straordinaria.

Il Vangelo di S. Marco è il Vangelo del mistero di Gesù.
La vita terrena di Gesù viene presentata da S. Marco come un periodo
di umiltà e di nascondimento. In contrasto con il periodo della sua esaltazione
gloriosa che splende nella risurrezione, il periodo della vita terrena di
Gesù era, agli occhi di S. Marco, un progressivo discendere verso gli abissi
dell’umiliazione e dello scandalo. Scriveva S. Paolo ai Filippesi, in consonanza
con il Vangelo di S. Marco: “Gesù si umiliò obbedendo sino alla morte
e alla morte di croce”.

Il Vangelo di S. Marco è il Vangelo del Figlio dell’uomo.
Gesù designa se stesso con il vocabolo di “Figlio dell’uomo”. In S.
Marco l’espressione appare 14 volte. La formula “Figlio dell’uomo” si
presenta solo come detta da Gesù, cioè solo nelle parole pronunciate da Lui.